Media Literacy

La televisione di Pio e Amedeo


Politically correct e cancel culture, sono concetti molto usati nel dibattito pubblico e politico, spesso associati a quelli di “dittatura” e “censura”. Negli ultimi mesi sono stati portati spesso anche in televisione.
Fanno parte di quei concetti di cui non si conosce un’origine, di cui non si conoscono i sostenitori. Chi ha inventato il politically correct? Chi è a favore della cancel culture? Forse chi vuole vietare la visione di Biancaneve e i sette nani?

Cosa è successo

Lo scorso 30 aprile, durante la trasmissione Felicissima sera di Canale 5 il duo comico Pio e Amedeo tiene un monologo di quasi 20 minuti per celebrare “l’ironia che salverà il mondo”.
Si dichiarano contro chi gli impone di non usare parole come la “N-word” e la “F-word”. Lo fanno usando quelle stesse parole per tutto il loro sketch, dicendo che “il problema non sono le parole, ma l’intenzione con cui vengono usate”. Ignorano il fatto che ogni parola ha un significato connotativo, un portato culturale, storicamente determinato, che non può essere semplicemente cancellato o ignorato da coloro ai quali quella parola non tocca.

Parlare di libertà d’opinione per fare ironia su categorie discriminate, per rafforzare stereotipi e conformismi è un cavallo di battaglia in voga. Si tratta di persone bianche, applaudite da altrettante persone bianche, che vogliono sentirsi libere di poter ridere e scherzare su quello che pare a loro.
Insegnare alle persone come si devono sentire, dicendo “quando vi chiamano negro non ve la prendete, ridete!” non è satira. La satira non può essere usata come espediente. 

Proprio per questo non ci si può astenere dal prendere in considerazione i movimenti di attiviste e attivisti che stanno emergendo in ogni parte del mondo. Dal MeToo al movimento BLM, molte categorie di persone stanno cercando di prendere voce ed esprimere il loro dissenso rispetto a pratiche discriminatorie, razzializzanti, omobitransfobiche.

Meme che cita uno sketch del programma Una pezza di Lundini, che fa satira dei programmi televisivi italiani

Non si tratta di “non si può più dire niente”, e neanche di appellarsi a quello che ognuno dice o pensa di se stesso/a. Amedeo durante quel monologo tira in causa il fatto che lui stesso si sente dare del “terrone”: “ormai essere chiamato terrone è quasi figo”. Quando si stimolano riflessioni a partire dal linguaggio che si usa non si può fare riferimento all’esperienza di una singola persona, né tanto meno solo alla propria. Si tratta di prendere in considerazione delle istanze, delle comunità di persone che portano avanti una causa, esprimendo un problema sistemico, un disagio a volte istituzionalizzato.


Detto questo

Passa qualche mese, e il 9 settembre Pio e Amedeo vengono vincono un premio su Rai 1 durante i “Seat music award”, premiazione organizzata dalla “Friends&Partners”, la stessa società che organizza gli spettacoli dei due comici (LOL). Il premio li vede come “innovatori del linguaggio televisivo italiano”. Durante la premiazione, i due si dichiarano contro la famigerata “dittatura del politically correct”. 

Di cosa si tratta? Per politicamente corretto si intende un orientamento argomentativo teso a non offendere o discriminare determinate categorie di persone. In Italia da qualche anno diversi esponenti politici e non solo usano questo termine per andare contro coloro che cercano si sollevare riflessioni e presa di consapevolezza rispetto ad alcune parole e al contesto in cui vengono usate.

Questo termine trova origine negli Stati Uniti degli anni ‘80. Come racconta la giornalista Nesrine Malik nel libro We need new stories, molti movimenti della destra politica iniziano a scagliarsi contro studiosi e ricercatori dei campus americani di sinistra, che portavano avanti i movimenti per i Diritti Civili partiti negli anni ‘60. 

Istituzioni conservative come il Cato Institute o l’Heritage Foundation, iniziano così ad affermare il “politically correct” dei campus rappresentava un pericolo per la loro libertà di espressione:

Il mito di un politicamente corretto che sacrifica il libero pensiero per uniformarlo all’eccessiva sensibilità verso il genere, la razza e l’orientamento sessuale è il più vecchio e certificato dei miti politici contemporanei […]. Lo scopo di questo mito è di minare ogni sforzo di cambiamento, presentandolo come un sabotaggio, un attacco a una società che è fondamentalmente sana e non ha bisogno di essere riformata.” 

L’accezione negativa del termine viene poi importata a partire dalla pubblicazione dell’articolo The rising hegemony of the politically correct del filosofo Richard Bernstein nel 1990. Qui il “politicamente corretto” inizia a far riferimento a una sorta di polizia dei diritti civili. Scrive Bernstein:

Centrale al politicamente corretto, che ha le sue radici nel radicalismo degli anni ‘60, è la visione secondo cui la civiltà Occidentale sia stata dominata per secoli da quella che di solito è chiamata “la struttura di potere del maschio bianco” o “egemonia patriarcale”. Una credenza collegata è che chiunque tranne il maschio bianco eterosessuale abbia sofferto una qualche forma di repressione, e abbia visto marginalizzata la propria cultura di appartenenza o si sia vista sbarrata la possibilità di celebrare quella che comunemente è chiamata “alterità”.

 (Suona qualcosa?).

A prescindere dalle posizioni politiche e culturali, il linguaggio usato in televisione, così come il discorso pubblico e istituzionale dovrebbero essere inclusivi e rispettosi di tutte le persone che compongono la società a cui si rivolgono, in rispetto dell’articolo 3 della Costituzione. Allo stesso modo, quando trattiamo questi temi in classe, proviamo sempre ad assumere punti di vista diversi, partendo da esperienze condivise o racconti di chi è coinvolto in prima persona.

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